Il business sostenibile non è un paradosso

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Diana Severati

03 Giugno 2020

Le aziende non sono cattive per natura. E l’Italia (sorpresa) è all’avanguardia nel misurarne con parametri oggettivi e trasparenti la “Social Responsibility”

La riflessione sulla sostenibilità comincia già nei primi anni ’70 con il rapporto del Club di Roma del 1972, intitolato I limiti dello sviluppo: da quella riflessione, che sottolineava la limitatezza del pianeta e delle risorse, nacque un pensiero ecologista essenzialmente antisviluppista e foriero di una concenzione anti-industriale.

Di diverso tenore è invece il rapporto Our Common Future, noto anche come rapporto Brundtland, pubblicato nel 1987 dalla Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo (WCED) del programma delle Nazioni Unite per l’ambiente. In esso viene per la prima volta definito il concetto di sviluppo sostenibile, ossia “uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”.

Il concetto non fa riferimento esclusivamente all’ambiente ma anche al benessere delle persone, con una prospettiva intergenerazionale. Lo si ritrova nella Costituzione del Giappone, che all’art. 97 recita “I diritti umani fondamentali garantiti da questa Costituzione al popolo del Giappone sono il frutto della secolare lotta degli uomini per rimanere liberi; essi sono sopravvissuti alle prove di resistenza più difficili e sono conferiti a questa e alle prossime generazioni perché li mantengano inviolati”, e in quella del Sudafrica, che all’art. 24 parla di “protezione dell’ambiente, a beneficio delle generazioni presenti e future” e di “uno sviluppo ed un utilizzo delle risorse naturali ecologicamente sostenibile, promuovendo nel medesimo tempo un ragionevole sviluppo economico e sociale”.

E in Europa?

A livello europeo il dibattito ha mosso i primi passi con l’appello del Presidente Delors contro l’esclusione sociale (1993). Nel 2000 il Consiglio Europeo di Lisbona ha fatto appello più in particolare alla responsabilità delle imprese nel settore sociale per quanto riguarda le buone prassi collegate all’istruzione e alla formazione, all’organizzazione del lavoro, all’uguaglianza delle opportunità, all’inserimento sociale e allo Sviluppo Sostenibile. L’impegno richiesto alle imprese era quello di fare dell’Europa “l’economia più competitiva e dinamica basata su una conoscenza dinamica, capace di una crescita sostenibile con migliori e più numerosi posti di lavoro e una maggiore coesione economica nel 2010”.
Il Consiglio Europeo di Lisbona ha così preparato il terreno per l’avvio, da parte della Commissione Europea, di un processo attivo di dialogo e coinvolgimento finalizzato alla diffusione di comportamenti socialmente responsabili: nel Luglio 2001 viene pubblicato il Libro Verde “Promuovere un quadro Europeo per la Responsabilità Sociale delle Imprese” (in inglese Corporate Social Responsibility, o CSR).

La CSR viene definita come “l’integrazione su base volontaria, da parte delle imprese, delle preoccupazioni sociali e ambientali nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate”, ben oltre il mero rispetto della legislazione vigente.
Purtroppo però la CSR si è spesso tradotta in mere operazioni di comunicazione e di marketing.

Una evoluzione positiva, che ora costituisce un ecosistema virtuoso, è quella delle B‑Corp, ovvero aziende certificate da B‑Lab, su uno schema che riguarda la valutazione dell’impresa nella sua globalità, dal coinvolgimento dei lavoratori, al rispetto per l’ambiente ed al modello di governance.

B‑Lab è una realtà no profit creata nel 2006 negli Stati Uniti da Gilbert, Houlahan e Kassoy, e nel 2007 ha cominciato a certificare le prime B‑Corp. Sul sito https://bcorporation.net è possibile approfondire i parametri che vengono valutati nella certificazione e consultare la directory delle aziende certificate, presenti anche in Italia.

Ma c’è di più. L’Italia, dopo gli Stati Uniti, è stato il primo Paese ad introdurre uno nuovo tipo di società, la benefit corporation, che va incontro alle necessità di imprenditori e investitori orientati verso un modello di impresa che risolva i problemi sociali ed ambientali, pur mirando al contempo a solidi risultati finanziari.
Nessuna ombra di teorie della decrescita o simili, ma un modo di intendere il business come forza positiva e di comiugare il capitalismo con la sostenibilità, che viene ad essere parte della mission dell’impresa.

La legge 28 dicembre 2015 n. 208 (legge di Stabilità 2016) all’art. 1 commi 376 — 382 introduce la possibilità di adottare la forma giuridica (che si distingue dalla certificazione) di Benefit Corporation, grazie all’emendamento 23.2000 che ha previsto l’inserimento del testo integrale del ddl 17 aprile 2015 proposto dal Sen. Del Barba. Per ulteriori approfondimenti sulle Società Benefit si rimanda al sito http://www.societabenefit.net.

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