Quota 100: una bolla di consenso sulle spalle dei giovani

Luglio 2, 2019

di Ariela Briscuso

L’Italia nel 2016 ha avuto, secondo dati eurostat, una spesa pensionistica pari al 16,1% del PIL, la più alta per percentuale all’interno dell’Unione Europea dopo la Grecia. Spesa pensionistica in crescita rispetto al 14% del 2007 nonché percentuale di spesa molto distante dalla media europea del 12,6% sempre nel 2016.Abbiamo ancora, ad esempio, una spesa annua per le vecchie baby pensioni di circa 7,5 miliardi.

Nonostante questi dati, nonostante il fatto che per alcuni studi potrebbero porsi gravi problemi di sostenibilità per l’Inps già nel 2030, il Governo ha deciso nel 2018,  di varare quota 100. Un provvedimento valido solo per pochi baby boomers e buono, soprattutto, per creare una bolla di consenso; idoneo, però, a sfasciare i conti, a pesare sulle spalle dei giovani.

 Il primo risultato di quota 100 è quello di ridurre l’offerta di lavoro e l’aumento dei pensionati, ciò significa che questo provvedimento anticipa e non cerca affatto di contrastare il trend fatale che vede una minoranza di giovani che, attraverso spese maggiori e possibilmente tasse sempre più soffocanti, dovrà mantenere una massa di anziani non più occupati. Nel 2017 il 21% del gettito fiscale va in pensioni, il 10,9 in istruzione, il 2,5% speso per l’ambiente.

Una politica, quindi, che punta a “liberare” gli anziani dal lavoro (arbitrariamente e integralmente, senza criteri particolari che privilegino i lavori usuranti) è anzitutto una politica contro la logica, contro i dati, contro la demografia. Infatti in Italia esiste soprattutto un grave problema di povertà giovanile: essa è aumentata tra il 2010 e il 2015 del 12,9%. L’indice di povertà assoluta tra gli under 34, inoltre, è passato dall’1,9% del 2007 al 10,4% del 2016, mentre il medesimo indice tra gli over 65 è calato dal 4,8% del 2007 al 3,9% del 2016.

L’illogicità, l’iniquità del varare un provvedimento che vuole un salvifico pre-pensionamento per pochi privilegiati appaiono dunque evidenti, considerando anche il fatto che è stato calcolato che quota 100 non porterà particolari benefici per il ricambio generazionale.  Si ritiene, però, che quota 100 potrebbe, causare buchi operativi non indifferenti in molti settori pubblici.

 Il fatto più grave, tuttavia, rimane l’enorme problema di sostenibilità previdenziale ulteriormente appesantito, in un circolo vizioso che porterà presumibilmente allo stritolamento della popolazione  occupata (in Italia una delle più basse in Europa) e in particolare dei giovani tra tasse e debito.

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