Zoonosi, nulla di strano. Il primo vaccino nacque grazie alle mucche

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lfiorenzola

24 Aprile 2020

Nelle ultime settimane, con ritmo crescente, stiamo assistendo al dilagare di intriganti racconti — talvolta dal sapore di complotto — circa l’origine del coronavirus (SARS-CoV‑2). Per dirla in altri termini, anziché dar voce e credito ad esperti, virologi, medici o esponenti del mondo accademico-scientifico, ci stiamo facendo trasportare da teorie fantasiose e avvincenti che stanno riscuotendo un discreto successo sui diversi social network. Azzerando tutti i “per sentito dire”, proviamo a fare un po’ d’ordine circa le zoonosi e i fattori che possono favorirne lo sviluppo.

Cosa sono le zoonosi?

Con il termine zoonosi si circoscrive un gruppo di infezioni che possono scaturire da virus, batteri, funghi o altri microrganismi, agenti infettivi non convenzionali (AINC) o prioni (è questo il caso della malattia della mucca pazza) e che, come suggerisce il nome, colpiscono gli animali e si trasmettono all’uomo tramite contagio da parte di essi.

Possiamo immaginare il passaggio delle malattie zoonotiche da una specie all’altra come guidato da un microrganismo patogeno sempre in cerca di nuovi ospiti a spese dei quali riprodursi. Nel riprodursi, il patogeno può andare incontro a mutazioni, che possono influenzarne negativamente o positivamente le capacità di adattarsi ad ambienti e ad ospiti diversi, determinandone le chance di sopravvivenza. Così il patogeno in questione nel corso del tempo può acquisire abilità diverse ed effettuare così il cosiddetto “salto di specie”.

Molte zoonosi derivano dalla stretta convivenza tra uomo e animali: le probabilità che un patogeno casualmente mutato in direzione favorevole contagi l’uomo sono tanto maggiori tanto più c’è interazione tra uomo e animale potenzialmente infetto. 

Gli allevamenti sono senza dubbio un esempio chiarissimo di stretta interazione uomo-animali. Non è una casualità che la prima forma di vaccino sia stata creata studiando il Vaiuolo vaccino, malattia largamente diffusa tra i bovini di cui spesso si ammalavano in forma lieve anche gli allevatori — siamo nel 1796 col medico ricercatore Edward Jenner. Con gli animali domestici e da allevamento abbiamo in comune una moltitudine di malattie: si tratta di specie con cui abbiamo avuto a che fare per migliaia di anni. Nel frattempo il nostro sistema immunitario ha imparato a difendersi da tali malattie e il progresso scientifico, per molte di queste, ha permesso lo sviluppo dei vaccini.

Il problema sorge nel momento in cui il patogeno in questione si dimostra essere completamente nuovo: ci coglie impreparati, in quanto non abbiamo né difese immunitarie adatta né un vaccino in tasca. Ed è allora che si parla di pandemia.

Detto ciò, non c’è nulla di sbalorditivo nelle teorie, attualmente oggetto di studio, secondo cui la pandemia  causata da SARS-CoV‑2 avrebbe avuto origine da un pipistrello. Un dato interessante che potrebbe essere non noto ai meno esperti è che il 75% delle malattie infettive umane conosciute proviene da animali e il 60% delle malattie emergenti sono state trasmesse da animali selvatici. 

Com’è potuto succedere?

Le ragioni alla base dell’insorgenza delle zoonosi sono complesse e molteplici. Alcune hanno a che fare con il nostro rapporto con l’ambiente.

Il cambiamento climatico è tra i fattori che impattano maggiormente sulle caratteristiche dell’ambiente in termini di variazioni di temperatura, disponibilità idrica e altri fattori abiotici che a loro volta influenzano il metabolismo, la riproduzione e quindi la possibilità di sopravvivenza di tutti gli organismi che popolano il pianeta. Non è raro assistere a migrazioni e spostamenti delle varie specie verso aree a condizioni più favorevoli. Le specie che ospitano i patogeni (specie serbatoio) o che li trasportano (specie vettori) sono sottoposte a processi del tutto analoghi.

In Europa, esempi documentati di alcune specie vettori coinvolte in questo fenomeno sono le zecche della specie Ixodes ricinus, vettore di patologie quali il morbo di Lymee e l’encefalite mediata da zecche (TBE); tali modifiche sono state associate a nuovi focolai e a una maggiore incidenza della TBE. In maniera analoga si sono osservate migrazioni anche in Nord America per la zecca Ixodes scapularis, specie vettore di morbo di Lymee e babesiosi, malattia rilevante per via del suo notevole impatto sulla salute pubblica.

Un ulteriore fattore, secondo il WWF, sarebbe la deforestazione: “I cambiamenti di uso del suolo e la distruzione di habitat naturali come le foreste sono infatti responsabili dell’insorgenza di almeno la metà delle zoonosi emergenti, ovvero nuove patologie trasmesse dagli animali all’uomo. […] La distruzione delle foreste espone infatti l’uomo a forme di contatto con nuovi microbi tramite le specie selvatiche che li ospitano. Il cambiamento di uso del territorio come le strade di accesso alla foresta, l’espansione di territori di caccia e la raccolta di carne di animali selvatici (bushmeat), oppure lo sviluppo di villaggi in territori prima selvaggi, hanno portato la popolazione umana a un contatto più stretto con nuovi virus, che essendo facilmente soggetti a mutazioni si adattano bene e velocemente a nuove condizioni e a nuovi ospiti, uomo incluso”.

Tornando all’attualità, non dovrebbe stupire che l’ipotesi più accreditata ad oggi sia che il SARS-CoV‑2 provenga dai pipistrelli — incubatori naturali di circa 100 altri virus tra cui MERS, Ebola, Marburg, Hendra, Rabbia e di circa 200 coronavirus differenti. Ricerche genetiche hanno individuato una somiglianza dell’88% tra SARS-CoV‑2 e due coronavirus presenti nei pipistrelli (SARS e MERS). Inoltre è stato appurato che il coronavirus (SARS-CoV) identificato come agente eziologico della SARS, è arrivato all’uomo attraverso diverse specie animali, tra cui pipistrelli, zibetto dell’Himalaya  e procione, e la trasmissione tra le varie specie animali e l’uomo si suppone sia avvenuta nei mercati di animali vivi nella provincia cinese del Guangdong. Era prevedibile che sarebbe successo ancora. Eppure siamo talmente impreparati all’idea che l’unica spiegazione plausibile per alcuni è “il virus creato in laboratorio”.

Cosa possiamo fare?

Sta a noi comprendere l’importanza del rispetto degli habitat naturali degli animali con cui condividiamo il pianeta, per fare in modo di prolungare il più possibile la nostra presenza su di esso. Ricordiamocene, quando questa epidemia sarà passata.

Fonti:

https://www.wwf.it/perdita_biodiversita.cfm?utm_source=web&utm_medium=CS&utm_campaign=CoronaVirus

https://www.stradeonline.it/scienza-e-razionalita/4137-zoonosi-il-caso-e-l-influenza#

https://www.iss.it/primo-piano/-/asset_publisher/o4oGR9qmvUz9/content/id/5269233

https://www.who.int/csr/disease/swineflu/frequently_asked_questions/pandemic/en/

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